Pare quantomeno doveroso dare una spiegazione della mia prolungata assenza da questi schermi.
Il fatto è che, durante le vacanze di Natale, decido improvvisamente di fare un weekend in Kenya con due miei grandi amici: Little Tony e il premio Nobel Renato Dulbecco.
Il weekend in Kenya è meno impegnativo di una vacanza perché parti il venerdì sera, arrivi il sabato sera e riparti la domenica mattina. E’ anche più economico, perché avendo poco tempo non ti conviene nemmeno prendere l’albergo.
Durante il viaggio di andata gli animi sono comprensibilmente eccitati per quello che ci aspetta una volta sbarcati: zanzare, un caldo boia e un ruolo da comprimari nella guerra civile che sta dilaniando il paese.
Così seduti sui nostri sedili di seconda classe (Renato preferisce mantenere un profilo basso, anche se siamo superstar) inganniamo il tempo discutendo animatamente di Ciccio di Nonna Papera: è veramente ritardato o non cerca rogne perché è pigro?
In breve, come prevedibile, il dibattito coinvolge le file adiacenti alle nostre. Un signore del Kentucky, visibilmente infastidito dal nostro ciarlare, chiama la hostess più volte, segnalando il nostro piccolo drappello di facinorosi. Rischiamo così di essere redarguiti, ma a Little basta uno sguardo complice seguito da un pompino nella toilette per far passare la hostess dalla nostra parte. E’ un bel tipo, anche: alta, dal portamento austero, ma non bellissima, con qualche lieve difetto che la rende ancora più attraente (è vegana, ha una visibile ricrescita, è priva di un occhio).
Un atterraggio così così, vale a dire con un’ala sola e un motore in fiamme a causa di un guasto tecnico, per non pensare al peggio ci costringe a insegnare "O mia bella Madunina" ai nostri dirimpettai, un gruppo di kenyoti appartenenti a una non ben chiara tribù dell’entroterra, nel caratteristico costume con un osso in testa, un gonnellino di paglia e un’erezione permanente.
Per fortuna alla fine va tutto bene (nonostante l’infarto del copilota sul più bello) e scendiamo, allegri e carichi per le quattro ore di baldoria che ci aspettano prima di imbarcarci sul volo di ritorno.
Decidiamo ovviamente di spenderle in una battuta clandestina di caccia al rinoceronte. Il rinoceronte, benché specie protetta, è un bestia mansueta facile da beccare anche quando si muove, per questo è indicato anche ai principianti.
La nostra guida, Britney, è un transessuale con tacchi da quindici che fatica a muoversi per la savana, però è simpatico e molto disponibile, specialmente quando Dulbecco monta al contrario il fucile e rischia di decimare il gruppo.
Ma non è questo l’incidente che nel rammarico generale interrompe la nostra illegale ed eccitante attività venatoria. Proprio mentre stiamo marciando al ritmo di Perdere L’amore (stranamente conosciuta anche dagli autoctoni di alcune zone dell’Africa, a quanto pare), punto un bell’esemplare al di là di un fossato, prendo la mira, trattengo il fiato, premo il grilletto, il proiettile parte, e invece di colpire il rinoceronte rimbalza su un ramo e prende in pieno un membro del nostro gruppo: purtroppo per noi era Cossiga.
Non vi dico il casino. Come dice il proverbio, un presidente emerito incazzato e gambizzato si rivela essere sempre peggio di un presidente emerito incazzato normale.
Vengo subito catturato dalla polizia locale, che con le consuete belle maniere mi carica su una camionetta, mi mena a sangue così per scaldarsi un po’, e mi scarica alla centrale.
Sprovvisto dei miei diritti civili (strano, li porto sempre con me) sono costretto a fornire le mie generalità e tento di gabbarli dichiarandomi "Justin Timberlake, cantante".
Appena finito di ridere, il commissario Mutombo e il suo assistente Scorreggia mi fanno notare che sul mio passaporto c’è scritto:
Nome: Mark Lenders
Professione: Calciatore e blogger
Segni particolari: Tira le punizioni fortissimo, come faceva Albertini. Senza guardare la porta scarica sempre una mina devastante rasoterra sulle gambe della barriera. Gol segnati in questo modo in tutta la carriera: zero.
Non ho scampo. Dopo un sommario processo senza testimoni e senza nemmeno fiori sull’altare, vengo rinchiuso in una cella buia, ammanettato con una catena alla tazza del cesso. In quel momento realizzo che io e Cossiga abbiamo qualcosa in comune: siamo entrambi legati ai servizi.
In attesa che l’ambasciata italiana intervenga e mi raddoppi la pena, per fortuna dopo alcuni giorni di sgomento vengo tirato fuori su cauzione da Elisabetta Gregoraci (non pensavo mi fosse ancora grata per quel cunnilingus), però con i soldi di Briatore, che si dimostra magnanimo non chiedendomi in cambio nemmeno di giocare un’amichevole con quelle schiappe inglesi del QPR: che signore.
Riesco quindi a tornare a casa, a fare le solite cose: riassettare, manifestare la mia solidarietà alla minoranza basca, sciacquarmi i testicoli col Topexan.
Il processo di appello non si svolgerà prima di qualche mese, quindi ho tempo per scrivere ancora qualche post per il Pentolone.